sabato 12 settembre 2015

11 settembre, americani egiziani e telefonate fantasma

New York è la città che non dorme mai: in ogni strada risuonano lingue e culture diverse, tanti rumori, tanti suoni, tante voci. Ma c'è un angolo nel cuore di Manhattan dove, nonostante il traffico e i grandi grattacieli pieni di uffici e negozi, il silenzio blocca il tempo.

Due enormi piscine nere quadrate, l'una accanto all'altra, rappresentano un luogo dove l'unico rumore permesso è quello dell'acqua che vi scorre dentro. Un rumore grigio, lento e pieno di parole. Questo è il Ground Zero nel 2015, quattordici anni dopo l'attentato che distrusse le torri gemelle. Le due piscine occupano l'esatto perimetro che fu delle Twin Towers e le lastre di cui sono rivestite, ricordano i nomi di tutte le persone che quel giorno persero la vita. Un intervallo di bianco qui e la interrompe il profondo nero delle due voragini: sono rose bianche lasciate accanto ai nomi dei caduti, da passanti, amici, parenti o da chiunque non voglia dimenticare.

Teorie del complotto o terrorismo, oggi non è il giorno di discutere su chi provocò il disastro, ma solo il giorno per ricordare chi quel giorno fu sommerso dalla polvere. Melanie El Sabaawi è americana, di Washington, oggi residente ad Ospedaletti. L'11 settembre si trovava in Egitto, come unica americana in un ufficio di persone arabe e musulmane. Ecco cosa le successe quel giorno:

L'11 settembre 2001 mi trovavo al Cairo, in Egitto, e vidi il dramma tramite la televisione, nell'ufficio del mio capo. Ero l'unica americana in quella stanza, ma i miei colleghi egiziani erano sconvolti e condivisero con me paura, shock e lacrime. Alla sera, quando andai a comprare da mangiare in un negozio della città, il proprietario, un uomo dai vestiti tradizionali arabi e che non sapeva una parola di inglese, per esprimere la sua solidarietà nell'unico modo che conosceva, non ha voluto che pagassi. Come lui, so che ci sono stati altri piccoli simbolici gesti simili in tutto il mondo. L'11 settembre abbiamo visto il peggio dell'umanità, ma anche il meglio, per condivisione e unità. Quando c'è bisogno, le persone sanno come aiutare e supportare i loro simili. Quello a cui penso l'11 settembre di ogni anno è l'amore che le persone sono state in grado di condividere. Ci sarà sempre un nemico nel mondo, ma dobbiamo pensare che ci saranno sempre anche i buoni”.

Molti parenti delle vittime quel giorno ricevettero telefonate dall'interno delle torri. Ne riportiamo una fra tutte, per ridare a voce a chi, anche nell'ultimo secondo, ha provato a rassicurare chi amava, piuttosto che se stesso:

Ti telefono perché non voglio che ti preoccupi quando sentirai cos’ è successo. Un aereo è caduto sulla nostra Torre. Non agitarti, sto bene. Stiamo evacuando l’edificio. Devo andare

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